A Coo alla ricerca di Basilio

Ho partecipato il 2.6.84 alla CROCIERA DELLA FRATERNITA’ e con l’occasione mi sono proposto di rintracciare nell’isola di Cos un certo Basilio che oggi dovrebbe avere 50 anni.

Nel 1940 una Batteria pesante campale da me comandata fu dislocata nelle strettissime vicinanze di un paesino di nome Cefalo che allora contava circa 200 anime ed era arroccato su una collina a strapiombo sul mare, all’altro capo dell’isola di Cos.
I militari erano alloggiati nei locali delle scuole e dovevano badare alla difesa dell’isola da un eventuale sbarco nemico. Per il mio grado di Capitano, io divenni anche il difensore e il protettore degli abitanti di Cos; tra l’atro, alla rituale distribuzione del rancio ai miei Artiglieri sentivo il dovere di venire incontro all’attesa famelica dei bambini del posto (una decina in tutto, dai 2 ai 5 anni) che incolonnati e “armati” di barattoli e scodelle arrugginite, attendevano di partecipare alla distribuzione del sovrappiù.
Inoltre avevo il compito di presenziare ai vari riti tradizionali della popolazione, dai natali, ai nunziali, ai funebri. E, non basta: un bambino non voleva andare a scuola? I genitori lo portavano da me, ed io, con paternali e minacce, lo facevo accompagnare in classe da un mio Artigliere.
Si ammalava qualcuno? Venivano a chiamarmi, anche di notte, come se fossi il medico o il guaritore e, se capitava l’occasione, conducevo da me il Tenente Medico Avallone, nel giro che di solito faceva nelle case dei malati e – nel limite del possibile – somministravamo anche qualche farmaco.
Un giorno tra le mie braccia morì un uomo, il cui figlio, di circa 9 anni, di nome Basilio, già orfano di madre, si avvicinò a me implorando aiuto e protezione.
Dinanzi alla salma, giurai che il piccolo Basilio non sarebbe rimasto solo. Dopo la sepoltura del padre me lo portai in Batteria, dove d’altronde era già familiare e benvoluto dai miei soldati.
Dopo un anno, il Reparto, per ragioni tattiche, fu trasferito a 5 o 6 chilometri dal paese e Basilio – per due anni – tutti i giorni e con qualsiasi tempo, fece il percorso a piedi nudi per venire a trovare il suo “papà-capitano” di cui andava fiero.
E giunse il fatale 6 ottobre del 1943: dopo due giornate di combattimento contro i Tedeschi, sbarcati nella zona o paracadutati sulla mia Batteria, fui fatto prigioniero e portato al paese, dove venni giudicato ribelle e traditore e, sotto la minaccia della fucilazione, fui trascinato come Cristo, tra calci e pugni, sotto gli occhi del piccolo Basilio piangente e disperato perché gli portavano via il suo secondo padre.
Mi salvai raggiungendo la Turchia a nuoto. A distanza di anni, ho saputo dai miei soldati che dall’isola erano rientrati salvi in Italia, che gli abitanti di Cefalo mi hanno pianto morto fucilato o annegato oppure disperso nel nulla. Qualche famiglia ha tenuto per lungo tempo una lampada votiva accesa davanti alla mia fotografia.

2 giugno 1984

A DISTANZA DI 40 ANNI, CARO BASILIO, IL TUO PAPA’-CAPITANO QUASI OTTANTENNE VIENE DALL’ITALIA NELLA SPERANZA DI RIABBRACCIARTI.

Sbarchiamo a Cos alle 5 del mattino io e due amici turisti: Archili Aldo e Torrini Aldo. Facciamo una breve sosta prima di rintracciare un Taxi che ci porterà a Cefalo, all’altra estremità dell’isola, a circa 35 chilometri dal capoluogo.
Sono le 7 del mattino e prego il conducente di fermarsi alle prime case di Cefalo per prendere un caffè.
Entriamo in un locale, in cui, assonnati ancora e annoiati sono seduti una quindicina di anziani che attendono di recarsi alle loro occupazioni.
“Sono questi i miei bambini di ieri?” ho quasi paura di chiederlo, poi rompo il silenzio:
“Chi di voi si chiama Basilio?”
Meravigliati di tale richiesta fatta da uno straniero, rispondono: “Basilio è morto due anni fa e suo figlio eccolo là, gestisce questo locale”.
Altra pausa di silenzio, poi uno di essi, rivolto a me dice: “Voi che venite dall’Italia ci sapete dire che fine ha fatto il Capitano Squeo?”
Un brivido percorre il mio essere, vorrei urlare qualcosa, mi trattengo, poi, quasi balbettando: “Il Capitano Squeo eccolo, sono io”.
Non vi dico cosa è successo, il finimondo, tutti scattano in piedi, mi attorniano per toccarmi, abbracciarmi fin quando a soffocarmi.
Un tale dice che il mio nome è citato nei libri di scuola greca in uso nelle scuole, un altro ricorda di aver giocato con me a foot-ball e fa l’elogio della mia bravura di allora, un terzo cerca di elencarmi le persone decedute in questi 40 anni: il mugnaio, il podestà del tempo, il negoziante Costantino che, tramite Basilio, ci riforniva sigarette, sapone, candele, lamette, etc.
La commozione è indescrivibile, molti visi sono rigati di lacrime.
Sono passati 40 anni, amici miei, e siamo rimasti in pochi, e il mio figlioccio purtroppo non c’è più.
Sono sopraffatto anch’io dalla commozione e dal pianto, e imploro i miei due amici di portarmi via, subito, prima che la notizia si diffonda nel paese.
Saliamo in macchina alla svelta e partiamo di corsa, dimenticando persino di chiedere il nome del figlio di Basilio.
Lasciando l’isola di Cos ho promesso a me stesso di continuare – nei limiti del possibile – l’opera di fraternità intrapresa 40 anni fa, tra gente povera, semplice e buona.

CARO BASILIO, che il SIGNORE ti abbia in pace
“MIA PICCOLA VEDETTA … ITALIANA.

Mauro Squeo

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