Iginio Ugo Faralli

Una luminosa carriere diplomatica
(4^ parte)

L’arrivo del gen. Akland a Rodi comportò la subitanea sostituzione della rappresentanza governativa italiana con quella inglese.
Il primo gesto impartito dal comandante britannico fu rappresentato dal perentorio ordine rivolto al Governatore Faralli di ammainare “con immediatezza” la bandiera italiana che sventolava ininterrottamente sui palazzi del Governo dal 1912.
Il prestigio e l’autorevolezza del Governatore Faralli, acquisiti nell’arco di tempo in cui aveva assunto la responsabilità del Dodecaneso in sostituzione dell’ammiraglio Campioni, non consentivano una ulteriore permanenza che avrebbe potuto rendere ancora più complessa la presa del potere da parte dell’autorità britannica.
Nel comunicare tale decisione al Governatore, il gen. Akland ne sollecitava l’adempimento paventando possibili attentati alla sua persona da parte della popolazione greca.
Peraltro, l’ingresso britannico nell’isola italiana richiedeva il supporto da un clima favorevole, alimentato dalla minoranza indigena.
Tale intendimento, ovviamente, si poteva concretizzare soltanto attraverso l’incunearsi di sentimenti avversi alla presenza italiana.
Il manifesto che il comandante Akland aveva fatto affiggere sui muri dell’Isola delle Rose aveva il compito di fomentare l’aggressione e la violenza verso la popolazione italiana.
La scritta appariva inequivocabile: “NO FRATERNIZATION” (non fraternizzare con gli italiani).
Gli inglesi consideravano Rodi e il Dodecaneso come territorio nemico in forza della Convenzione firmata a L’Aia il 18 ottobre 1907, nonostante l’atteggiamento “amico” assunto a Lero dalla Regia Marina dopo la sottoscrizione dell’armistizio e l’assunzione del “ruolo paritetico di cobelligeranti” .
D’altro canto, chi erano i nemici da contrastare? I tedeschi si erano arresi sottoscrivendo martedì 8 maggio 1945 la capitolazione nell’isola di Simi.
I 40.000 militari italiani erano stati costretti a deporre le armi dopo l’8 settembre 1943 a seguito dell’ordine impartito loro dall’ammiraglio Campioni subendo l’internamento nei campi di concentramento predisposti appositamente dai tedeschi o l’uccisione, da parte degli inglesi, allorché stipati in barconi galleggianti erano stati da costoro affondati mediante un inglorioso cannoneggiamento.
Non restava, quindi, che la comunità civile italiana
Puntualmente il gen. Akland pianificò l’allontanamento della famiglia Faralli da Rodi.
Sabato 12 maggio 1945 il Governatore Faralli ricevette l’ordine di prepararsi a partire insieme alla famiglia al fine di raggiungere l’isola di Scampanto: la data della partenza era stata fissata per lunedì 14 maggio.
L’alloggio, a detta del gen. Akland, sarebbe stato consono al ruolo svolto nel Dodecaneso dal Governatore Faralli: risultava, infatti, prevista la collocazione in una villa già occupata da un Ufficiale inglese.
L’arrivo a Scarpanto su una nave da guerra rivelava come la nota correttezza inglese avesse ceduto il passo allo squallore di un ulteriore inganno del tutto ininfluente ai fini dell’attuazione di un ordine che non poteva essere disatteso, in quanto la famiglia Faralli era ormai ostaggio della volontà britannica.
La “villa” consisteva in una casupola di tre camere priva di servizi, di finestre e di porte.
Gli “ospiti” godevano degli sguardi indagatori di un nucleo di sorveglianza costituito da militari australiani i quali, benché alleati degli inglesi, mostrarono dopo un paio di giorni una certa riluttanza ed imbarazzo a svolgere il compito loro assegnato dovendo seguire la vita quotidiana di una famiglia composta da padre, madre e quattro figlie.
L’arrivo in Italia, tuttavia, non poneva termine alle vicissitudini della famiglia Faralli bensì apriva un capitolo ancor più doloroso nella misura in cui il Console Faralli vedeva tutto il suo operato vanificato da accuse pretestuose e prive di fondamento.
Sottoposto a giudizio di epurazione, dimostrò con documenti e testimonianze che, dopo la partenza per la prigionia dell’ammiraglio Campioni e l’ assunzione del Governo a Rodi:
– aveva esercitato le relative funzioni con piena indipendenza dal Governo di Salò fino al maggio 1945
– non aveva aderito al Partito Fascista Repubblicano.
Benchè il processo si fosse concluso con esito favorevole, per il Console Faralli le vicissitudini non cennavano a mitigarsi.
Il 2 febbraio 1947 il Capo Provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, disponeva con decreto il collocamento a riposo del console generale di 1^ Classe Iginio Ugo Faralli, per ragioni di servizio.
Per il dott. Faralli si apriva un nuovo capitolo colmo di angoscia, sofferenza, tristezza e delusione.
Il procedimento amministrativo “emanato per ragioni di servizio” non era in realtà suffragato da alcun elemento di fatto o giuridico meritevole di essere applicato.
Non era, infatti, stata decisa alcuna riduzione di organico relativa al grado di Console Generale di 1^ Classe ed i posti resisi vacanti erano stati coperti mediante promozioni.
Peraltro, appariva inconcepibile l’esigenza dell’Amministrazione di disfarsi di funzionari anziani prima del raggiungimento dei limiti di età, in quanto proprio nel corso dell’ultimo anno (1947) il Ministero degli Esteri aveva collocato a riposo, in più riprese, un ingente numero di funzionari.
A fronte di tali argomentazioni, se si avesse avuto riguardo anche alla brillante carriera del Console, non poteva non emergere la pretestuosità del decreto.
Ma non basta!
Il sopruso effettuato dal Ministero degli Esteri in danno del dott. Faralli era chiaramente manifestato attraverso l’arbitraria applicazione del decreto legge n. 716 del 1945 che concedeva alle P.A. una eccezionale facoltà quale quella di eliminare i funzionari per motivi politico-amministrativi inerenti al servizio da essi prestato in tempo fascista.
Ottenuta giustizia attraverso il processo di epurazione, appariva oltremodo illogico che il Ministero applicasse il suo discrezionale giudizio nel 1947 non esistendo ragioni per collocare a riposo il dott. Faralli ex art. 1 del decreto legge n. 716 del 1945, né che potesse in un secondo momento (anno 1947) ritornare sulle sue decisioni (anno 1945) senza l’intervento di qualche fatto nuovo in tale arco di tempo.
Nel corso del giudizio, dalla documentazione depositata dall’Amministrazione, si evidenziava come una lettera datata 20 aprile 1949 a firma del Ministro Plenipotenziario Guarnaschelli, già Direttore Generale del Personale nell’Amministrazione Centrale degli Esteri, confermasse al Console Faralli che il suo nome era stato incluso nell’elenco dei funzionari da collocare a riposo, personalmente dal Ministro del tempo, On. Pietro Nenni, senza che da parte della Direzione Generale, della quale il medesimo dott. Guarnaschelli era a capo, né di alcun altro organo dell’Amministrazione, vi fosse stata proposta alcuna a riguardo e senza che il Ministro stesso avesse esaminato il servizio prestato dal Console Faralli o comunque ne avesse assunto notizie.
Scriveva testualmente il dott. Guarnaschelli: “Nessun dubbio, perciò che il provvedimento fu determinato esclusivamente da ragioni di epurazione fascista o da motivi estranei all’interesse del servizio”.
Parimenti il barone Malfatti, già vice capo di gabinetto del Ministro Nenni, in una lettera indirizzata al Console, esprimeva la convinzione che “…gran parte dei collocamenti a riposo disposti nel novembre 1948 tra i quali il suo (Faralli: n.d.r.) fossero dovuti a prevalenti considerazioni di ordine epurativo”.
Attraverso la sentenza n. 355 emessa dal Consiglio di Stato, sezione IV, in data 23 luglio 1950, emerge anche il riconoscimento effettuato dal Vescovo di Rodi Mons. Ambrogio Florindo Acciari “relativo al contegno serbato dal Faralli in occasione della occupazione tedesca, ispirato ad ineccepibile senso del dovere e spirito di italianità e contrassegnato da episodi specifici attestanti la di lui fedeltà al Governo legittimo e la coraggiosa azione di resistenza da lui svolta con gravi rischi personali e con efficaci risultati per la salvezza della popolazione civile e della collettività italiana”.
A fronte di tali argomentazioni il Ministero, attraverso l’Avvocatura Generale dello Stato, non riusciva a dimostrare la legittimità del decreto di collocamento a riposo operato “sine titulo” dall’On. Nenni per cui la sentenza non potè che essere favorevole al Console Faralli.
Il convincimento dell’Organo giudicante, favorevole al dott. Faralli, risultava ancor più avvalorato “dal comportamento processuale dell’Amministrazione che ha evidenziato come nel provvedimento amministrativo “abbiano influito, con efficacia determinante, elementi illegittimi di valutazione e finalità epurative in contrasto con la causa del provvedimento che ne impongono l’annullamento pel dedotto vizio di eccesso di potere“.
Il Cav. Uff. dott. Iginio Ugo Faralli, Cap. R. Esercito, Regio Console Generale di 1^ Classe, già Ministro Plenipotenziario di Perù e Costarica, Vice Governatore delle Isole Italiane dell’Egeo (Dodecaneso), dopo aver contrastato con coraggio i tedeschi per due anni, sopportato con rassegnazione le tracotanti angherie degli inglesi, superato brillantemente il processo di epurazione promosso dalla Repubblica italiana, era stato, infine, costretto a smascherare il maldestro tentativo di annullamento operativo da parte di un politico desideroso di protagonismo.

 

Paola Delfanti Andreuzzi